Il futuro non è nello specchietto retrovisore

Da marzo scorso, da quando abbiamo cominciato a interrogarci sul nostro destino più in fretta di quanto non potessimo immaginare, un bel po’ della nostra vita sociale si è trasferita sul web, da dove abbiamo appreso tante cose. Ormai sappiamo bene cos’è lo “smart-working”, che poi è solo lavoro da casa, cosa sono le mascherine chirurgiche, le FFp2 e le FFp3, cosa si intende per assembramento, cos’è il lockdown e adesso pure un certo tipo di coprifuoco. L’elenco è lungo, ma ci limitiamo solo a queste poche cose: abbiamo sicuramente imparato nuovi vocaboli e sperimentato nuove condizioni e che altre ne arriveranno. Ma non sempre la lezione è servita, o comunque non dappertutto. Sul fronte della mobilità, ad esempio.
Non che servisse una epidemia per farsi una idea di come le cose stiano cambiando e di come,nel giro di qualche anno, il trasporto persone e merci potrebbe essere diverso da oggi. Ma a sentire di nuovo richieste di liberalizzazione del traffico automobilistico in zone ormai protette, le ZTL, come anche di parcheggi gratis per le auto, sembra di fare un salto nel passato più remoto.
Eppure, dalla primavera scorsa a oggi di mesi ne sono passati parecchi, durante i quali i media di ogni tipo hanno lungamente trattato il tema degli scenari futuri. In tanti si sono interrogati circa la opportunità e la necessità di cambiare gli stili di vita, e conseguentemente di come ripensare gli ambienti urbani e le città nel loro complesso. Ma evidentemente non tutti.
Come è possibile, infatti, che qualcuno continui ancora a credere che la città autocentrica e il parcheggio possano essere la panacea di tutti i mali del commercio? Quando l’economia di prossimità, di vicinato, che ognuno ha avuto modo di sperimentare già una volta durante il lockdown, e che adesso forse riproveremo di nuovo, è sembrata essere almeno una interessante occasione per ragionare da un nuovo punto di vista su questioni come inquinamento, spazi pubblici e di socializzazione, libertà di movimento, verde pubblico, rumore, ma anche, sicuramente, nuove formule e maggiori opportunità per il commercio locale, che non può più vivere sul modello del drive-in, dell’auto fin dentro il negozio, perché lo spazio è finito e anche il tempo?
Le richieste che vanno in direzione opposta a quella tracciata dai nuovi scenari green che l’Europa, di cui facciamo parte, ci sollecita e con cui i cambiamenti climatici ci obbligano a confrontarci, appartengono a coloro che continuano a guardare la realtà dallo specchietto retrovisore, dell’auto in particolare. Ecco, da lì si vede il passato e al limite si scorgono quelli che si apprestano a sorpassarci.