Cento ettari di verde contro il Coronavirus

PESCARA – Non è agevole muoversi su un terreno così scivoloso come quello del Coronavirus, sconosciuto e pieno di insidie interpretative. Uno scenario ricco di dubbi su cui addirittura governi e scienziati si orientano fra apparente sicurezza e dubbia cautela, procedendo anche in direzioni opposte.
Visto il  tempo che abbiamo a disposizione, siamo ora in tanti ad essere concentrati sulle pagine dei giornali, sintonizzati sulle onde radio e appiccicati agli schermi di celllulari, computer e TV a caccia di notizie.
A più di uno sarà quindi capitato di intercettare qualche meta-riflessione sul contesto di quello che sta accadendo, nel tentativo di inquadrarne le cause e le ragioni. Diverse di queste riconducono ai temi ambientali delll’inquinamento e del cambiamento climatico, basate su studi condotti da enti di ricerca sparsi un po’ per il mondo.
Cosa dicono fra le tante cose queste ricerche? Che certe epidemie potrebbero trovare la loro ragione diffusiva, per diventare quindi pandemie, perchè agevolate da alcune condizioni favorevoli, come ad esempio, oltre la necessaria e indispensabile “prossimità degli ospiti”, la bassa capacità di sopportare il contagio. Nel caso del coronavirus è evidente, come anche nel caso di una “banale” influenza.
Questa non è una novità: la popolazione indiana del nordmarica, dopo la “scoperta” e il relativo sbarco degli europei, fu decimata non a botte di fucilate e di wisky, ma di vaiolo, varicella, morbillo, malaria e influenza, tutta roba di microrganismi invisibili. Non avevavo nessuna difesa immunitaria.
Noi oggi siamo nelle stesse condizioni. Un mozzicone di RNA, venuto fuori da chissà dove, se ne va in giro con il maledetto vizio di replicarsi continuamente, per sopravvivere. Il fatto è che se prima lo faceva dove non dava fastidio, adesso lo fa … dentro di noi. E se dentro di noi non trova resistenze, esprime il massimo del suo potenziale distruttivo. Quanto siamo in grado di resistergli? Quanto siamo in grado di respingere questa invasione?
Nelle dinamiche delle popolazioni, soprattutto in contesti naturali dove ci sono prede e predatori, si vive in un equilibrio dinamico. Ci si mette forzatamente d’accordo: se si supera una soglia, scompaiono tutti.
Noi non siamo in grado di debellare l’influenza (ma nemmeno il raffreddore): con certi monconi autoreplicanti ci siamo messi d’accordo: ci ammaliamo un po’ e poi passa. Oppure, con il vaccino, cerchiamo di nasconderci, di non farci trovare. Ma in mancanza di quello, come ora, riduciamo o eliminiamo i rapporti sociali, ci isoliamo. Ma per chi non riesce a nascondersi ed è debole, non c’è scampo (anche con l’influenza, come fu con il raffreddore per gli indio americani).
Cos’è che ci rende così diversamente vulnerabili? L’età, il sesso, l’alimentazione, il movimento, una certa condotta di vita, lo stato di salute, il contesto ambientale in cui viviamo? Può darsi un mix di tutto questo.
Qualche giorno fa, a Pescara, è stata diffusa la notizia dell’alta concentrazine di polveri sottili e altri inquinanti, con tutte le strade libere dalle auto (per via delle “supergiornate ecologiche”) e il riscaldamento forse a basso regime (l’inverno quest’anno ha preferito rimanere a casa). E quindi?
Un bell’enigma: bisognerebbe indagare sul perchè. Certo è che un giorno non fa una sequenza statisticamente significativa. Tra l’altro si tratta di un fatto in controtendenza rispetto a quello che si sta verificando in Cina e nella Pianura Padana: CO2 e inquinanti tutti giù (lo dice, anzi lo vede anche il satellite).
Una cosa però potrebbe essere certa: che se ci fossero state auto in giro, queste si sarebbero comportate come le palline dentro un flipper, sbatacchiando di qua e di là le polveri sottili e facendole lungamente galleggiare nell’aria fino ad incontrare i nostri filtri polmonari.
Insomma, siamo al punto in cui non si può uscire di casa perchè o si rischia di incontrare la molecola polimerica assassina, oppure in sequenza il PM10, 5 e pure 2,5. Tutti non vanno cercando altro che le nostre vie aeree!
Una cosa però potremmo farla, mentre siamo chiusi in casa a guardare le foto che ci si invia tra parenti e amici, esprimendo reciproca vicinanza con flashmob luminosi, acustici e di apprezzamento. Pensare, non appena si potrà varcare di nuovo la porta di casa, di non ricominciare da dove ci si è fermati, ma di ripartire in modo nuovo, conservando qualche buona abitudine che sta adesso maturando.
Le strade solo apparentemente sono vuote. In effetti sono piene di auto ferme, come d’altronde accade normalmente. Ma forse adesso ci si fa più caso. Le auto non fanno niente, apparentemete. Ma in effetti stanno occupando spazio. No lo tolgono a noi, che stiamo in casa. Ma lo tolgono a chi ci potrebbe aiutare a farci trovare condizioni migliori quando torneremo, presto, a calpestare il suolo pubblico: agli alberi.
Un albero al posto di ogni auto ferma: in pratica occupano lo stesso spazio, cioè 25 mq. Solo che il primo fa ben altre cose, rispetto ad un auto (che potrebbe in tantissime occasioni essere sostituita dal trasporto pubblico): come abbattere gli inquinanti, ad esempio, e immettere nell’ambiente più ossigeno. Conseguentemete farci stare meglio, in salute, proprio quella che ci serve per essere più resistenti e meno esposti alle malattie, comprese quelle sconosciute. A Pescara decine di migliaia di alberi vivi al posto di decine di migliaia di auto ferme, spente: 100 ettari di spazi verdi in più, tanto quanto lo spazio occupato da 40.000 auto!
Nel bene e nel male, si tratta sempre di una cosa circolare, come il virus che gira: basta stare nel verso giusto.